8 marzo: la libertà non possiede, non compra, non sfrutta 

Una giornata per far luce sui diritti acquisiti, e su quelli ancora da conquistare. Per tutte le donne.

 

Oggi, 8 marzo è una giornata per parlare di donne, di violenza di genere, di diritti conquistati e di quelli ancora negati.  

È una giornata per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche ottenute dalle donne, ma anche per guardare con lucidità alle disuguaglianze che ancora attraversano lavoro, reddito, partecipazione e vita quotidiana.

 

In Italia, ad esempio, il tasso di occupazione femminile si ferma al 52,5% contro il 70,4% maschile, con un divario di quasi 18 punti e una maggiore diffusione di contratti precari tra le donne.

Per non parlare della violenza sistematica, di cui le donne restano largamente la maggioranza delle vittime: il 91% nei reati di violenza sessuale e l’81% nei maltrattamenti hanno un genere. 

 

Ma anche in questa giornata di riflettori accesi rimangono spesso nell’ombra tutte quelle donne marginalizzate, vittime di violenza e sfruttate per il proprio corpo o per il proprio genere.  

Tra queste ci sono le donne vittime di tratta e di sfruttamento sessuale, spesso migranti, che subiscono una molteplicità di violenze prima, durante e dopo il loro percorso migratorio.

 

Ne abbiamo parlato con Irene Ciambezi, referente della comunicazione e dei progetti europei antitratta e antiviolenza della Comunità Papa Giovanni XXIII, impegnata in progetti di prevenzione e contrasto in diverse città italiane.

 

I dati riguardanti violenze e maltrattamenti a danno del genere femminile sono sconvolgenti. Perché nonostante i numeri è difficile arginare questi fenomeni?

 

Quando parliamo di violenza sulle donne, lo sfruttamento sessuale è una delle forme più presenti e, allo stesso tempo, più nascoste. Comprende la prostituzione, le esibizioni erotiche, ma anche la compravendita di immagini pornografiche senza consenso, fino al revenge porn. Sono situazioni molto diffuse, e la dimensione online le ha amplificate rendendole meno visibili ma più pervasive.  

È così difficile parlarne perché tocca la vita intima delle persone, il proprio rapporto con il corpo, e questo vale tanto per i ragazzi e gli uomini quanto per le ragazze e le donne. C’è un’idea di libertà individuale spesso fraintesa come valore assoluto: la libertà esiste finché non lede quella dell’altra persona. Nei rapporti tra ragazzi e ragazze, tra uomini e donne, il confine sta nel rispetto reciproco, e su questo confine facciamo molta fatica a fermarci e riflettere, soprattutto quando si parla di sessualità e di intimità.  

 

Da anni ti occupi di tratta e di violenza di genere. C’è un’esperienza, tra le tante, che ha segnato in modo particolare il tuo impegno?

 

Sì, c’è un ricordo che mi ha completamente cambiato la vita. È legato a un’esperienza in Brasile, a Fortaleza, città tristemente famosa per il turismo sessuale. Lì ho incontrato bambini di 8, 9, 10 anni che passavano i pomeriggi nei bar sul lungomare, a pochi passi dagli ingressi dei grandi hotel dove soggiornavano uomini d’affari e turisti italiani, tedeschi, francesi, di tutte le età. Quelle bambine sniffavano colla e poi venivano accompagnate all’ingresso degli hotel per essere abusate da clienti, per lo più europei.  

Io ero lì per un’esperienza missionaria e per un reportage sul turismo sessuale. Lavoravamo con un’associazione locale molto attenta al rispetto, alla riservatezza e ai diritti dei bambini. Restavamo sulle stesse spiagge e sugli stessi lungomare, organizzando attività di pittura e disegno: attraverso i loro colori e i loro racconti emergevano i segnali degli abusi subiti. Spesso erano accompagnati dalle stesse famiglie, e a volte si rendeva necessario allontanarli già quella notte, inserirli subito in programmi di protezione. La maggior parte erano bambine. È un ricordo che ancora oggi orienta il mio impegno.  

 

Come associazione Papa Giovanni XXIII, quali sono le azioni e i progetti che vengono portati avanti? 

 

Come Comunità Papa Giovanni XXIII lavoriamo molto sulla prevenzione nelle scuole e nei contesti educativi, perché il nodo centrale è il rispetto. Cerchiamo di spiegare quanto sia importante, nelle relazioni umane, riconoscere la dignità dell’altro, superando logiche di possesso, dominio, assoggettamento. La dignità della persona è inviolabile e identica per tutti, non esiste un “diritto di proprietà” sull’altra persona, né sui corpi delle donne.  

 

Da questa visione nasce anche “Voci Pari”, un’azione di comunicazione all’interno di un progetto più ampio, ALMA – Comunità etnico-religiose in rete contro lo sfruttamento sessuale delle donne migranti. “Voci Pari” lavora soprattutto sui social, in particolare su Instagram e Facebook, con una comunicazione semplice e diretta: messaggi che aiutano a comprendere cosa significa rispettare l’altra persona, chiedere e attendere il consenso, fermarsi quando il consenso non c’è. Il messaggio è chiaro: il no è no.  

Allo stesso tempo, il progetto raccoglie storie di dignità e di rinascita: persone, soprattutto donne, che hanno attraversato esperienze di violenza e sfruttamento ma ne sono uscite, hanno ritrovato la propria dignità e oggi sono testimoni per altri. E ci sono anche figure che hanno speso la loro vita per affermare il valore della pari dignità tra uomini e donne. Questo lavoro di narrazione è fondamentale per mostrare che un cambiamento è possibile. 

 

Ci hai parlato del progetto ALMA. In cosa consiste esattamente e perché è così centrale lavorare con le comunità migranti?

 

Il progetto ALMA – Comunità etnico-religiose in rete contro lo sfruttamento sessuale delle donne migranti – è un percorso che dura un anno e coinvolge diverse città e province italiane, tra cui Torino, Modena, Ascoli Piceno, Massa Carrara e Bari. L’obiettivo è costruire una rete di comunità etnico‑religiose, associazioni e leader spirituali per prevenire e contrastare le molteplici forme di violenza subite dalle donne migranti.

Abbiamo incontrato comunità peruviane, colombiane, camerunesi, ivoriane, del Mali, filippine, albanesi, e dialoghiamo con leader religiosi di diverse fedi: grazie alla collaborazione con realtà come la Fondazione Migrantes e l’Unione delle Comunità Islamiche in Italia, ma anche con leader buddhisti e di altre chiese cristiane. La bellezza di questo progetto è vedere come ciascuna comunità possa dare un contributo concreto: informazione, sensibilizzazione, accompagnamento nelle situazioni di violenza.

Con le comunità stiamo scoprendo quanto siano molteplici le violenze che segnano la vita delle donne migranti: non solo sfruttamento sessuale o delle immagini del corpo, ma anche abusi fisici nell’infanzia, matrimoni forzati, mutilazioni genitali, violenza domestica, violenza vicaria attraverso minacce e danni ai figli o ai familiari. Molte pratiche dannose nascono nei Paesi di origine e continuano a produrre conseguenze psicologiche e fisiche a lungo termine. Per questo serve una relazione di aiuto competente, capace di dialogo interculturale e interreligioso.  

Con giovani italiani e stranieri di diverse religioni cerchiamo insieme quali contributi concreti offrire: dall’informazione sui diritti fino alla capacità di riconoscere e nominare la violenza dentro le comunità stesse. Il dialogo interculturale, interreligioso, è l’unica via per costruire percorsi di sostegno, di salute e territori, società inclusive e capaci di un cambiamento di mentalità perché ci sia davvero la parità tra ragazzi e ragazze, tra uomini e donne.

 

L’8 marzo non può limitarsi a una celebrazione simbolica: deve essere anche un invito a guardare le zone d’ombra, i corpi sfruttati, le storie di violenza che attraversano le vite delle donne, in particolare delle più vulnerabili come le migranti e le minori vittime di tratta.

 

Una giornata per scegliere da che parte stare: dalla parte di una libertà che non compra, non possiede e non sfrutta l’altra persona, ma la riconosce come uguale in dignità.