La comunità nel mondo: Bolivia. Una grande famiglia sulle Ande.
La Paz. Dal servizio civile di Lucia e Jessica alle comunità terapeutiche di Sant’Aquilina, San Vicente e Camiri: storie di recupero dalle dipendenze, condivisione e nuove possibilità di vita.
È un bagaglio prezioso quello che si portano a casa Lucia e Jessica al termine del loro servizio civile in Bolivia vissuto nelle strutture terapeutiche della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Nei loro bagagli, dopo un anno di tempo trascorso a fianco di persone con problemi di dipendenza, ci sono le risate, le chiacchiere, le giornate condivise. Ci sono storie ascoltate senza giudicare e persone incontrate nel momento forse più fragile della loro esistenza. Ma ci sono anche le fatiche, la necessità di imparare a muoversi dentro una cultura profondamente diversa dalla propria.
«Mi porto a casa i momenti di gioia e le confidenze raccolte. Il dono di poter entrare nella vita di qualcuno e ricevere una parte della sua storia, in una dimensione di condivisione»- dice Jessica.
Per Lucia la parola capace di raccontare meglio questi dodici mesi è ancora più semplice: stare.
«Stare nella quotidianità. Condividere i momenti della giornata. Affiancare i ragazzi nelle attività, nel lavoro con gli animali e nelle serre, nelle feste e nei momenti più ordinari. Ascoltare. Osservare. Riportare all’équipe le difficoltà incontrate. Essere, prima ancora che fare».
Da La Paz, Lucia e Jessica raccontano di portare a casa volti, storie e una nuova consapevolezza: aiutare qualcuno non significa cambiare la sua vita al suo posto, ma scegliere di stargli accanto mentre prova a farlo.
Un’ esperienza importante, quella di queste giovani, che raccontano di aver vissuto un anno “pienissimo”, difficile persino da mettere subito in parole: un Paese sconosciuto, una cultura differente, la necessità continua di comprendere dove si stava camminando e di imparare il modo giusto per stare accanto alle persone. Tanta la gratitudine che si coglie dalla loro voce. «Sì -dicono- siamo grate per aver potuto affiancare le equipe educative nel loro prezioso lavoro e per aver toccato con mano cosa significhi condividere la vita».
Le realtà terapeutiche boliviane
Ed è un’esperienza di condivisione intensa, quella che la Comunità Papa Giovanni XXIII vive a La Paz, nella metropoli più alta del mondo da più di vent’anni.
Varie le realtà di accoglienza in differenti ambiti di condivisione, e tra queste, la presenza di tre strutture terapeutiche: Comunità “Sant’Aquilina”, Comunità “San Vincente” e “Renacer a la vida” (“Rinascere alla vita”) che si trova a Camiri.
Centinaia le persone accolte in tutti questi anni su un territorio complesso in cui si evidenzia un consumo di alcol fortemente radicato e normalizzato in molti contesti sociali, familiari, lavorativi e di festa. Una presenza culturale che può rendere ancora più difficile, per chi sviluppa una dipendenza, immaginare e costruire una vita differente.
«Accanto all’alcol – ci dicono i responsabili delle strutture terapeutiche- non sono da meno l’uso di marijuana, cocaina, pasta base e nuove forme di policonsumo. Ma fermarsi alla sostanza significherebbe raccontare soltanto una parte della storia, perché- sottolineano- dietro molte dipendenze ci sono povertà, disgregazione familiare, assenza di reti di sostegno, esperienze di strada, violenza, problemi economici e legali, detenzione e sofferenza psicologica».
È dentro questa complessità, che lavorano le tre comunità con caratteristiche differenti ma unite dalla stessa convinzione: prima della dipendenza viene sempre la persona.
Sant'Aquilina: ricostruire autonomia nella quotidianità
La comunità terapeutica “Sant’Aquilina”, al momento coordinata da Massimiliano Travaglini, è una struttura residenziale che in questo momento accoglie uomini tra i 18 e i 50 anni con problemi di dipendenza, accompagnandoli in un percorso orientato non soltanto all’abbandono delle sostanze, ma alla crescita personale, al recupero dell’autonomia e al reinserimento sociale.
Attualmente sono 19 le persone presenti, di cui 17 inserite nel programma terapeutico. Le problematiche affrontate riguardano soprattutto il consumo di alcol, marijuana, pasta base e cocaina; alcune persone arrivano da esperienze di strada e di esclusione sociale o hanno alle spalle periodi di detenzione.
Qui la terapia passa anche attraverso ciò che apparentemente potrebbe sembrare ordinario: il lavoro, la cura degli spazi, le responsabilità quotidiane, le relazioni.
Alle terapie individuali e di gruppo si affianca infatti una forte componente di terapia occupazionale. L’approccio cognitivo-comportamentale viene integrato con attività concrete e con un accompagnamento personalizzato, attraverso il quale ogni persona può tornare progressivamente a riconoscere e sviluppare le proprie capacità.
Sant’Aquilina cerca di essere un luogo nel quale una persona possa tornare a sentirsi a casa.
Un ambiente familiare e accogliente, fatto di relazioni di fiducia, nel quale condividere esperienze e sostenersi reciprocamente durante il percorso di recupero.
San Vicente: dalla strada alla possibilità di una nuova vita
A San Vicente, comunità terapeutica coordinata da Zulema Gutierrez Roldan, il percorso comincia ancora prima dell’ingresso in comunità. Comincia in strada.
L’intervento parte infatti dalla sensibilizzazione e dalla riduzione del danno, attraverso un servizio capace di incontrare le persone là dove si trovano. Da quel primo contatto può nascere un percorso che conduce all’accoglienza, alla disintossicazione e, successivamente, all’inserimento nel programma di riabilitazione.
La struttura può accogliere fino a 25 persone, provenienti dalla strada o che hanno vissuto situazioni di detenzione. Tra le problematiche affrontate ci sono l’alcolismo e il policonsumo, compreso il “tusi” (droga sintetica illegale sotto forma di polvere rosa, popolarmente ribattezzata dai media e nel mercato nero come “cocaina rosa”. n.d.r), ma anche condizioni di vulnerabilità molto profonde: violenza, rottura dei legami familiari, abbandoni o perdita dei genitori, intossicazione e vita di strada.
Anche qui il metodo integra un modello terapeutico cognitivo-comportamentale con una lettura biopsicosociale della persona. Ma aldilà delle definizioni tecniche che evidenziano il tipo di approccio terapeutico, San Vicente ha senz’altro più i connotati di una casa-famiglia. Tra i suoi obiettivi, quello di creare intorno alla persona una “rete affettiva”, dalla quale possa ripartire per recuperare e sviluppare quelle abilità necessarie ad affrontare nuovamente la vita. San Vincente è da sempre un luogo capace di offrire un’assistenza integrale e umanizzata, nella quale trova spazio anche la dimensione spirituale. Perché uscire dalla dipendenza non significa semplicemente smettere di assumere una sostanza, significa imparare nuovamente a vivere e ritrovare nuovi significati alla propria esistenza.
«Il carisma della Comunità Papa Giovanni XXIII, insieme all’approccio terapeutico, anche in Bolivia- sottolinea Zulema- ci unisce come una famiglia, mettendo al centro la dimensione umana e il desiderio di seguire Gesù povero e servo. Nonostante le differenze di lingua, cultura e contesto, il metodo terapeutico resta sempre ispirato agli stessi valori pur adattandosi alle esigenze locali. Questo permette a tutti noi educatori e alle persone accolte di sentirci parte di una grande famiglia internazionale».
“Renacer a la vida”. Una comunità di tipo familiare.
Principi condivisi anche dalla terza realtà terapeutica in terra boliviana, la Comunità “Renacer a la vida” a Camiri, a più di venti ore di auto da La Paz. Qui Claudio Crescentini e sua moglie Silvia, coppia italo-boliviana, da una quindicina di anni condividono la vita di persone con problemi di dipendenza. In casa in questo periodo oltre alla loro famiglia, sono 13 le persone accolte. Diverse le attività lavorative da loro svolte, tra cui, la panificazione che ogni giorno vede i ragazzi prodigarsi nel produrre pane e venderlo ad alcuni ristoranti della città. “Renacer a la vida“ è una realtà dichiaratamente di tipo familiare, profondamente integrata nella vita sociale e diocesana del territorio.
Esperienze di vita semplice, dunque, condivisa che ancora una volta, in Italia come in ogni altra parte del mondo, ci ricordano che la persona non è la sua dipendenza e che solo attraverso una rete fatta di supporto e relazioni autentiche sia possibile reimparare ad assumersi le proprie responsabilità, ritrovare capacità dimenticate e ricominciare ad immaginare un futuro.
“¡Buen camino!”
di Emanuela Frisoni
