Dove nascono le relazioni, cresce la prevenzione: il progetto “Attivamente in strada”
Nelle piazze, nei parchi incontrando i giovani nei luoghi da loro abitati
C’è una generazione che cresce veloce, troppo veloce. Ragazzi che imparano presto a muoversi tra le luci dei centri commerciali, le panchine dei parchi, le piazze affollate e le chat sempre accese. In questi spazi – reali e digitali – si costruiscono identità, relazioni, appartenenze. Ma è proprio qui che, sempre più spesso, si insinuano fragilità silenziose: il bisogno di sentirsi accettati, la paura di non essere abbastanza, la ricerca di emozioni forti.
E’ in questo equilibrio instabile che può trovare spazio anche l’uso – e talvolta l’abuso – di sostanze stupefacenti, spesso percepite come un passaggio “normale”, un’esperienza da provare, un modo per stare dentro al gruppo.
Intervenire quando il problema è già evidente è complesso. Farlo prima, quando i segnali sono ancora deboli, è la vera sfida. Da qui nasce “AttivaMente in Strada”, un progetto realizzato dall’Ambito Prevenzione della Comunità Papa Giovanni XXIII e finanziato dal Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri dal Ministero. Progetto che ha scelto di incontrare i giovani dove vivono davvero, senza aspettare che siano loro a chiedere aiuto.


Che cos’è “AttivaMente in Strada”
Partito diversi mesi fa su 16 distretti tra Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto, e realizzato dall’ Ambito Prevenzione della Comunità Papa Giovanni XXIII, il progetto, ha già avvicinato e coinvolto in varie attività, almeno un migliaio di ragazzi insieme a famiglie e territorio.
Si rivolge a ragazzi tra gli 11 e i 18 anni e nasce con un obiettivo preciso: intercettare per tempo le fragilità e i primi contatti con le sostanze e, allo stesso tempo, promuovere il benessere giovanile attraverso esperienze educative informali, capaci di rafforzare relazioni, partecipazione e senso di comunità.
I destinatari principali sono i ragazzi che frequentano luoghi informali di aggregazione. Risultato atteso del progetto: avvicinare almeno 50 giovani a rischio per accompagnarli in percorsi educativi personalizzati in relazione coi Servizi dei territori.
Per riuscire in questo arduo compito, il gioco da farsi è quello di squadra, per questo fondamentale nel progetto è stato anche il coinvolgimento di circa 600 adulti – insegnanti, allenatori, commercianti, educatori – da noi formati come “sentinelle” capaci di riconoscere i primi segnali di disagio e ancora una rete di educatori distribuito in equipe educative sui vari territori di pertinenza.
Impegnativo il lavoro dei nostri educatori, formati sul lavoro di strada. A loro è stato affidato il compito di mappare e frequentare attivamente i luoghi di ritrovo giovanile perché è qui che si costruiscono relazioni, osservando, ascoltando. Accanto alla presenza fisica, è stato attivato anche un canale diretto via WhatsApp e social, per permettere ai ragazzi di chiedere aiuto in modo semplice e informale. Quando emergono situazioni di rischio, l’impegno dei nostri educatori è quello di attivare percorsi personalizzati: colloqui, supporto educativo, attività formative e accompagnamento ai servizi specialistici come i Ser.D
Un progetto diffuso in quattro regioni
Nelle varie zone d’Italia in cui la Comunità Papa Giovanni è impegnata col progetto “AttivaMente in strada” sono state realizzate molteplici attività.
A Torino, attraverso le attività su strada, sono stati accolti alcuni ragazzi minorenni – per alcuni dei quali si è avviata una progettualità col SerD del territorio. Nel Cuneese si sta rilevando efficace la frequentazione dei nostri educatori presso la “Casa del quartiere” in cui è facile imbattersi in ragazzi minorenni con conclamati usi di alcol e difficoltà nella gestione degli spazi.
A Vicenza, grazie al progetto, si sono agganciati ragazzi minorenni che usano sostanze, intercettati a scuola, in altre progettualità attive sul territorio rivolte ai giovani oppure su richiesta d’aiuto da parte dei genitori. Con alcuni di loro si è attivata una progettualità di accompagnamento al SerD con la successiva presa in carico da parte del servizio. Nelle prossime settimane gli educatori entreranno in contatto con gli adulti e giovani che “abitano” i locali e i parchi, con un questionario on line, che permetterà di raccogliere dati importanti per una mappatura più approfondita dei luoghi frequentati dagli adolescenti più a rischio. Questa attività potrà essere motivo di aggancio per nuovi ragazzi.
Nel territorio forlivese il progetto si sviluppa in stretta collaborazione con gruppi scout, scuole e realtà educative locali. Attraverso un primo lavoro con i gruppi e il supporto dei capi scout, vengono individuate eventuali situazioni di fragilità che richiedono percorsi più personalizzati e per i quali i nostri educatori sono pronti a rispondere. Attualmente alcuni ragazzi con problematiche legate alle dipendenze sono seguiti individualmente dagli educatori.
Anche nel territorio di Bologna si lavora in rete con i gruppi scout e le parrocchie.
Ragazzi ed educatori sono stati coinvolti in eventi formativi sia all’interno delle nostre strutture che recandoci in loco nei loro territori.
Nel territorio di Rimini dopo una prima fase di osservazione e conoscenza in alcuni parchi cittadini, gli educatori hanno avviato momenti di confronto con i giovani e promosso questionari e materiali informativi per raccogliere bisogni e aspettative. Attiva la collaborazione coi Centri Giovani Riminesi coi quali è recentemente stata organizzata una festa per cittadini, “speciale giovani”.
Anche l’arte viene in aiuto come elemento facilitatore. Nei luoghi individuati dall’inizio del progetti e tuttora vengono in più occasioni proposte attività creative e partecipative: musica, teatro, arte, sport urbano, laboratori digitali. Non sono semplici attività ricreative, ma strumenti per entrare in relazione, far emergere bisogni e stimolare consapevolezza. Percorsi costruiti insieme ai ragazzi, per renderli protagonisti attivi del proprio cammino, partendo dall’ascolto di bisogni, interessi, tempi e risorse. L’assenza di schemi rigidi permette di adattare obiettivi e strumenti alla situazione concreta, favorendo partecipazione, responsabilità e maggiore consapevolezza di sé. In questo modo il percorso diventa un’alleanza educativa condivisa e motivante.
Un impegno, dunque tutto proteso ad intercettare precocemente i segnali di rischio, facilitare l’accesso ai servizi, rafforzare le competenze personali dei giovani e coinvolgere la comunità in un’azione educativa condivisa.
Un approccio basato su prossimità, ascolto e flessibilità che vede gli educatori stare nei luoghi abitati dai ragazzi, parlare il loro linguaggio e costruire fiducia.
Perché, prima ancora di dire “no” alle sostanze, un adolescente ha bisogno di sentirsi visto. E a volte basta questo per cambiare direzione.
di Emanuela Frisoni
