Comunità nel mondo: Cile, dove la riabilitazione incontra il teatro
Un'esperienza di condivisione, crescita e trasformazione nella Comunità terapeutica di Peñalolén, a Santiago del Cile.
“Hemos tomado nuestras historias, muchas de ellas dolorosas, y las hemos transformadas en teatro, en Arte. “
Abbiamo preso le nostre storie, molte delle quali dolorose, e le abbiamo trasformate in teatro, in arte.
Victor Peña
La Comunità Papa Giovanni XXIII, con le sue strutture, è presente in molti Paesi del mondo.
Oggi vi portiamo in Cile, alla Comunità Terapeutica Sandra Sabattini di Peñalolén, a Santiago, attiva da oltre vent’anni nell’accoglienza di uomini adulti con problematiche di dipendenza da alcol e sostanze. A raccontare questa esperienza Serena Giordanengo, specializzata in teatro sociale e attualmente Casco Bianco presso la struttura cilena.
La Comunità Terapeutica Sandra Sabattini
La Comunità Terapeutica Sandra Sabattini si distingue per il forte radicamento nel territorio di Peñalolén e per il lavoro in rete con servizi pubblici, parrocchia, servizi di salute mentale e organizzazioni locali. Accanto all’équipe multidisciplinare e al percorso terapeutico individualizzato, attribuiamo grande importanza alla reintegrazione sociale attraverso attività educative, culturali e comunitarie, affinché il percorso di recupero favorisca una reale inclusione nella comunità.
Tra queste, la comunità ha scelto uno strumento terapeutico in più: il teatro.
Il teatro non sostituisce il percorso terapeutico, ma lo accompagna come strumento educativo, relazionale ed espressivo. Permette alle persone di raccontarsi in modo diverso, attraverso il corpo, di dare nuovi significati alla propria storia e di sperimentare nuove modalità di relazione con gli altri. Attraverso il lavoro di gruppo, l’improvvisazione e la creazione collettiva, i partecipanti sviluppano fiducia, ascolto reciproco, comunicazione ed empatia.
Da questo percorso sono nati la Compagnia Teatro Zeus e lo spettacolo Mi Peñalolén, scritto dagli stessi utenti a partire dalle loro esperienze personali e dal legame con il territorio. Un processo che ha favorito la rielaborazione delle proprie storie di vita e il dialogo con la comunità, contribuendo a ridurre lo stigma nei confronti delle persone in percorso di recupero.
“Teatro Zeus”, molto più di una compagnia
Il progetto ha preso avvio nel novembre 2025 come laboratorio settimanale di teatro sociale all’interno del percorso terapeutico della comunità. Ma, mese dopo mese, si è trasformato in uno spazio di crescita personale, relazione e creazione collettiva. Gli incontri, della durata di due ore, sono diventati un tempo dedicato all’ascolto, all’espressione e alla scoperta di nuove possibilità.
Fin dall’inizio non è stato proposto come semplice corso di recitazione: l’obiettivo non era imparare a stare su un palcoscenico, ma quello di creare uno spazio sicuro in cui ciascuno potesse sperimentare nuove forme di comunicazione ed espressione e (ri)-conoscersi.
Attraverso il corpo, la voce, il movimento, l’improvvisazione e il gioco teatrale, i partecipanti hanno iniziato a confrontarsi con emozioni spesso difficili da esprimere: paura, vergogna, rabbia e insicurezza, ma anche desiderio di cambiamento, speranza e fiducia. Molti arrivano con storie segnate da difficoltà relazionali, bassa autostima e isolamento; per questo il lavoro teatrale ha assunto un valore particolare, favorendo non solo l’espressione individuale, ma anche la costruzione di un gruppo fondato sull’ascolto reciproco, sul rispetto, sull’empatia e sulla collaborazione.
Da questo processo è nata la Compagnia Teatro Zeus, della quale tutti gli utenti hanno scelto di fare parte. Scegliere un nome e riconoscersi come compagnia ha rappresentato un passaggio importante: sentirsi parte di qualcosa di più grande, assumersi una responsabilità condivisa e costruire un’identità collettiva. Non più singole persone impegnate nel proprio percorso, ma un gruppo capace di creare insieme.
Camilo Figueroa, un membro della compagnia, racconta così la propria esperienza:
“Grazie al laboratorio di teatro ho capito di avere più capacità di quanto immaginassi. Ho potuto esplorare parti di me che non conoscevo. Nel laboratorio riesco a lasciarmi andare, a rilassarmi, a concentrarmi sul presente e per un momento a dimenticare le difficoltà della vita quotidiana o del mio passato. Mi aiuta a calmare l’ansia”.
Anche per Jorge Aguilera (membro della compagnia) il teatro ha rappresentato una scoperta :
“È stata un’esperienza che non avrei mai immaginato di vivere. Mi ha aiutato a far emergere la mia personalità, a superare la timidezza e a conoscere meglio i miei compagni”.
Con il passare dei mesi, il gruppo ha iniziato a interrogarsi su ciò che desiderava raccontare. Da questo confronto è nata l’idea di creare uno spettacolo che parlasse di Peñalolén, il quartiere di Santiago dove si trova la comunità terapeutica e al quale tutti i partecipanti sono legati. Per molti di loro è il luogo in cui sono cresciuti e hanno vissuto gran parte della propria storia, il territorio dove si intrecciano storie personali, ricordi e percorsi di vita che hanno portato ciascuno fino a quel momento.
È così che ha preso forma Mi Peñalolén, un’opera teatrale collettiva scritta e interpretata dagli stessi membri della compagnia. La creazione dello spettacolo ha richiesto un lavoro di elaborazione artistica: trasformare ricordi, emozioni e vissuti in scene, personaggi e immagini teatrali. Questo processo si è rivelato uno degli aspetti più significativi dell’esperienza.
Come racconta Víctor Peña (membro della compagnia) :
“Il teatro mi ha lasciato la capacità di esprimermi attraverso il corpo con maggiore sicurezza. Mi ha aiutato ad avere più fiducia in me stesso e a superare la timidezza. Quello che mi ha colpito di più è stata la parte creativa del processo: il modo in cui abbiamo preso le nostre storie, molte delle quali dolorose, e siamo riusciti a trasformarle in teatro, arte. Come da queste esperienze sia stato possibile creare qualcosa capace di arrivare a un’altra persona”.
Si va in scena!
Il 27 aprile 2026 Mi Peñalolén è stato presentato al pubblico presso il Centro Cultural Chimkowe di Peñalolén. Per la maggior parte dei membri della compagnia è stata la prima esperienza su un palcoscenico.
L’emozione di trovarsi davanti a una platea di 150 persone è stata accompagnata dalla consapevolezza di avere qualcosa di importante da comunicare.
Sergio Rojas ( membro della compagnia) descrive così quella sfida:
“Non avevo mai pensato di poter stare dall’altra parte. Mi è sempre piaciuto il teatro e andavo a vedere gli spettacoli, ma non avevo mai recitato. Avere qualcosa da comunicare e riuscire a farlo arrivare alle persone, farle emozionare, ridere o piangere quando serve, è una sfida, una sfida enorme“.
Ognuno degli attori aveva un messaggio differente da trasmettere ed un motivo proprio per star su quel palco il 27 aprile. Per Sergio “il messaggio che avrei voluto arrivasse era che la dipendenza è una malattia e che esiste la possibilità di migliorare”.
Per Eduardo Avello, altro membro della compagnia, invece “volevamo mostrare che non siamo cattive persone, ma persone che hanno preso decisioni sbagliate. Volevamo raccontare che la droga non è solo divertimento. Arriva un momento in cui prende il controllo della tua vita”.
Eduardo inoltre racconta come il teatro abbia cambiato il proprio modo di vedere se stesso e il futuro:
“Porto con me la consapevolezza di essere capace di fare qualcosa di nuovo. Non avrei mai pensato di poter recitare in uno spettacolo teatrale. Scoprire di poter fare cose che non mi ero mai immaginato mi ha aperto nuove possibilità”.
Alla fine del percorso, ciò che rimane non è soltanto uno spettacolo teatrale. Rimane l’esperienza di aver costruito qualcosa insieme, di aver affrontato paure e limiti personali, di aver trovato nuovi modi per comunicare e di aver trasformato storie difficili in una creazione condivisa.
Come afferma ancora Eduardo:
“Oggi la parola teatro significa molte cose per me. Mi piacerebbe continuare a sperimentarlo e andare a vedere altri spettacoli. Prima non lo avevo mai fatto. Dopo aver vissuto questa esperienza dall’interno ho compreso il lavoro che c’è dietro una rappresentazione e l’importanza di comunicare emozioni attraverso il corpo. Inoltre, una persona molto speciale che faceva parte della compagnia è venuta a mancare durante questo percorso. Per tutti questi motivi la parola teatro è diventata importante per me e ha assunto un significato completamente nuovo“.
L’esperienza della Compagnia Teatro Zeus dimostra come il teatro possa diventare molto più di una pratica artistica. Può essere uno spazio di incontro, di espressione, di crescita personale e di reinserimento sociale. Un luogo in cui le storie individuali trovano ascolto e si trasformano in una voce collettiva capace di parlare alla comunità. Attraverso Mi Peñalolén, i membri della compagnia non hanno semplicemente raccontato una storia: hanno scelto coraggiosamente di raccontare sé stessi, trasformando il proprio percorso in un messaggio di possibilità e cambiamento.
E oggi?
Il cammino prosegue.
La compagnia continua a incontrarsi ogni settimana, in uno spazio di condivisione, scoperta e creazione. Nuovi membri si uniscono al gruppo, portando con sé nuove energie e nuove storie, mentre altri scelgono di intraprendere strade diverse. Ma per chi resta, l’impegno e il desiderio di creare insieme rimangono vivi.
Continuiamo a costruire, attraverso il teatro, un luogo di incontro ed espressione all’interno della Comunità Terapeutica Sandra Sabattini, qui in Cile.
La direttrice della Compagnia Teatro Zeus:
Serena Giordanengo.
