Dalla guerra alla speranza. La comunità nel mondo: Croazia

In Croazia, da trent'anni, la Comunità Papa Giovanni XXIII accompagna giovani e famiglie nel cammino di rinascita dalle dipendenze.

 

Ci sono luoghi in cui la storia lascia ferite profonde. La Croazia è uno di questi. 

Negli anni ’90, la guerra dei Balcani non ha distrutto soltanto città e famiglie: ha lasciato una generazione segnata dal trauma, dalla solitudine e da un drammatico aumento delle dipendenze. Molti giovani, reduci dal conflitto o cresciuti tra le sue macerie, hanno cercato nelle sostanze una risposta a un dolore troppo grande per essere raccontato.

Fu proprio in quel contesto che, nel 1996, arrivò la richiesta dell’allora arcivescovo di Spalato, monsignor Ante Jurić. Si rivolse a don Oreste Benzi chiedendo alla Comunità Papa Giovanni XXIII di portare anche in Croazia la propria esperienza di accoglienza e condivisione con le persone con problemi di dipendenza. 

Alcuni ragazzi, che in Italia avevano intrapreso il percorso di recupero nelle realtà terapeutiche della Comunità Papa Giovanni XXIII, su invito di don Oreste Benzi, si resero disponibili a partire, accompagnati da alcuni loro operatori per iniziare a condividere la quotidianità con i giovani croati. Un avvio importante che negli anni si è sempre più professionalizzato e che oggi conta un totale di circa 70 persone accolte tra le strutture di Veliki, Prolog, Borovci , Orah e Zasiok, con un personale specializzato di circa 20 membri.

 

E’ presso la Comunità di Veliki Prolog  che vive e opera Gordana Cavicchi, referente dell’area dipendenze in terra croata per la Comunità Papa Giovanni XXIII e responsabile della realtà di Veliki Prolog. La struttura da lei diretta è l’unica realtà terapeutica residenziale in terra croata autorizzata ad accogliere anche minorenni. 

E’ con Gordana che ripercorriamo i passaggi tra le origini e l’oggi delle Comunità terapeutiche in Croazia gestite dalla Comunità Papa Giovanni XXIII.  

«La nostra presenza qui – spiega – non nasce da una strategia, ma dalla stessa intuizione evangelica che ha guidato don Oreste Benzi: vivere con gli ultimi. Quando il vescovo di Spalato ci chiese aiuto, trovammo un Paese ferito dalla guerra e tanti giovani che cercavano nell’eroina un modo per sopravvivere ai propri traumi. Abbiamo semplicemente scelto di vivere accanto a loro»

 

I primi passi delle Comunità Terapeutiche in Croazia 

 

Alla testimonianza dei primi tempi si sono aggiunte competenze educative, sociali e terapeutiche, fino a costruire un approccio capace di integrare la vita condivisa con la formazione professionale e la collaborazione con servizi sanitari, scuole, magistratura e istituzioni locali. «Evoluzione che – sottolinea Gordana – non ha mai modificato il cuore del metodo. La relazione rimane il nostro primo strumento terapeutico. Non sono le tecniche a cambiare la vita delle persone, ma l’essere accolte senza condizioni, vivere in una famiglia, sentirsi guardate come persone e non come tossicodipendenti. È un modo di lavorare – continua Gordana – che mette al centro la quotidianità: condividere la casa, i pasti, il lavoro, le difficoltà e perfino le ricadute. La fiducia viene donata prima ancora che la persona riesca ad avere fiducia in sé stessa. I tempi non sono quelli delle strutture, ma quelli necessari a ciascuno per ritrovare dignità, responsabilità e libertà». 

Un lavoro di equipe importante che nel tempo si è arricchito oltre che di educatori, di nuove figure professionali: assistenti sociali, psicologi. In clima familiare e di fiducia le persone accolte vengono accompagnate ad un percorso di autonomia e riscoperta di sé col coinvolgimento della famiglia e della rete sociale».

CT Croazia


Le dipendenze oggi in Croazia

 

Dagli anni ’90 ad oggi, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha sempre cercato di promuovere e diffondere il suo specifico metodo in modo autentico, adattandolo alla cultura croata, dagli anni ‘90 fino alla sua storia recente coi suoi specifici bisogni sociali.

Bisogni che anche qui, inevitabilmente, si sono modificati. «Il mondo delle dipendenze – ci dice Gordana – è cambiato profondamente. Se un tempo il problema era legato quasi esclusivamente all’eroina, oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno molto più complesso. Le sostanze si sono moltiplicate, l’età del primo consumo si è abbassata e alla dipendenza da droghe si sono affiancate quelle comportamentali: gioco d’azzardo, social network, pornografia, smartphone, farmaci e alcol.

In Croazia, come nel resto d’Europa, vediamo giovani sempre più fragili e un ricorso precoce a sostanze e psicofarmaci già durante l’adolescenza. Ma il vero nodo non è solo ciò che si consuma: è il disagio che spinge a farlo. Solitudine, vuoto affettivo, mancanza di relazioni autentiche e di un senso della vita sono sempre più spesso all’origine della dipendenza».

 

«Oggi, inoltre, la poliassunzione è diventata la normalità: molte persone mescolano sostanze diverse, legali e illegali, spesso senza rendersi conto dei rischi. È cambiato anche il volto della dipendenza: non esiste più il “tossicodipendente” facilmente riconoscibile. 

Le dipendenze attraversano ogni età e si nascondono dietro vite apparentemente normali, alimentate da una cultura della gratificazione immediata e della performance che rende le persone sempre più vulnerabili.

Per questo affrontare le dipendenze oggi significa andare oltre la sostanza: occorre intercettare la sofferenza, ricostruire relazioni e offrire percorsi che restituiscano alle persone un senso e una prospettiva di vita. Senza dubbio – conclude Gordana- dal momento che le dipendenze cambiano molto velocemente anche noi che vi operiamo dobbiamo avere il coraggio di rinnovarci, senza perdere la nostra identità. Il rischio è diventare più fedeli al metodo che al volto della persona. Invece la persona viene sempre prima».

Progetti di prevenzione

 

La Comunità Papa Giovanni XXIII  in questi anni è diventata  un punto di riferimento per tanti giovani e per le loro famiglie anche in terra Croata.

Tante sono le attività di prevenzione avviate con presenze significative anche nei luoghi del divertimento o dove la possibilità di assumere comportamenti a rischio è dietro all’angolo. Un impegno che negli anni vede gli educatori e le altre figure professionali impegnate nel promuovere incontri nelle scuole, percorsi con le famiglie, laboratori educativi e iniziative dedicate alla salute mentale.  «Anche se nessuna campagna – sostiene Gordana – può sostituire la forza di una relazione autentica. La prevenzione non si fa con gli slogan. Si fa costruendo appartenenza, ascolto e speranza. I ragazzi cambiano quando incontrano adulti credibili, capaci di esserci davvero.»

Grazie Gordana, per averci ricordato che anche quando tutto sembra perduto la condivisione della vita, la forza delle relazioni e la speranza possono riaprire un futuro.