Dalla Francia un forte invito ad investire sul modello del Trattamento Comunitario delle Comunità Terapeutiche
Alcune riflessioni dalla 20esima Conferenza Europea della Comunità Terapeutiche EFTC tenutasi a Bordeaux.
Le comunità terapeutiche non solo un ambiente fisico dove trovano accoglienza le persone che hanno sviluppato storie di dipendenza patologica sia da sostanze che da comportamenti per il recupero di una vita degna di essere vissuta, ma sono soprattutto un metodo preciso di trattamento che stimola ciascuno ad esprimere le proprie capacità e che si pone a sostegno di questa riscoperta.
Questa la consapevolezza rinnovata che emerge dalla 20ma Conferenza Europea delle Comunità Terapeutiche EFTC cui recentemente ha aderito anche la Comunità Papa Giovanni XXIII, è ciò che definisce il metodo di lavoro: “Il nostro metodo ci definisce: attenzione alla persona nella sua interezza, alla vita al di là del sintomo. Insieme, mostriamo come vivere quella vita nel modo più completo, appagante e significativo possibile. La nostra è una prassi radicata in settant’anni di evidenze, in ogni cultura e regione del mondo, forgiata dalla ricerca, da un’onesta auto-valutazione e dal cambiamento. All’interno delle nostre comunità, la responsabilità è condivisa e collettiva. Tutte le dimensioni della persona, incluse quelle bio-psico-sociali e spirituali, sono riconosciute e valorizzate. Accogliamo la vulnerabilità, sviluppiamo il potenziale delle persone. Offriamo loro la possibilità di una vita che forse non hanno mai avuto l’opportunità di costruire.”
La Francia dagli inizi degli anni 2000 ha sviluppato un piano per riaprire le Comunità Terapeutiche, precedentemente chiuse, in seguito alla pressante di richiesta delle persone di poter avere disposizione interventi non solo di riduzione dei rischi e limitazione dei danni, ma anche dell’astinenza scelta liberamente.
Da questo percorso storico parte il rilancio della Comunità come metodo di cura, come una delle possibilità di cura offerta a ciascuno.
Forte anche l’appello a far sì che tale rinascita possa mantenere il fuoco della tradizione unitamente al necessario rinnovamento.
Sophie Eymard, giovane direttrice di una storica Comunità Terapeutica, parla così della sfida che la Comunità Terapeutica affronta:
“Porto sulle mie spalle la forza di un modello storico, incarnando e al contempo il futuro delle nostre istituzioni…
…Penso a questa celebre frase di Jean Jaurès: «La tradizione non è conservare le ceneri, è trasmettere la fiamma». Trasmettere la fiamma per la nostra generazione non significa ripetere ciò che è stato fatto ieri per semplice nostalgia. Significa capire perché il modello delle CT è stato creato, preservarlo e avere il coraggio di adattare le nostre pratiche a un mondo della salute in piena mutazione. Per sapere dove andiamo, ricordiamoci da dove veniamo…
…Dobbiamo oggi affrontare senza tabù il posto della CT nel panorama del mondo delle dipendenze. Negli ultimi anni, e a ragione, la riduzione del danno ha assunto un posto preponderante e indispensabile. Salva vite quotidianamente. Ma attenzione a non creare una falsa dicotomia tra chi si occupa di riduzione del danno e CT. Un tipo di accompagnamento non impedisce l’altro, si completa. Ricordiamo una realtà sul campo: molte persone accolte da noi sono esauste. Hanno attraversato anni di riduzione del danno, di trattamenti sostitutivi, di andirivieni. E a un certo punto del loro percorso, è la loro volontà, è la loro scelta, la loro scelta propria, di tentare l’astinenza. L’astinenza non deve diventare una parola vergognosa o superata. Voler uscire definitivamente dal prodotto in un quadro sicuro e residenziale è una scelta di autonomia altrettanto legittima di un percorso di riduzione del danno. La CT offre questo luogo dove l’astinenza è possibile, accompagnata e vissuta collettivamente, incluso con un’interruzione progressiva dei trattamenti sostitutivi se questo è il progetto del residente…
…Il mondo intorno a noi è cambiato. Il profilo dei nostri residenti non è quello degli anni ’80-’90-2000. Affrontiamo policonsumi complessi e nuove sostanze. Comorbidità psichiatriche sempre più pesanti, un invecchiamento della popolazione utente e una maggiore precarietà. In parallelo, il sistema sanitario si sta riorganizzando. Assistiamo a una forte svolta ambulatoriale, alla creazione di piattaforme di servizi mobili. Ci vengono chieste sempre più valutazioni, qualità, quadri amministrativi rigorosi e risposte alle esigenze di salute pubblica. La nostra grande sfida come nuova generazione di direttori è conciliare il rigore istituzionale e il calore della vita comunitaria. Non dobbiamo lasciare che la burocratizzazione trasformi le nostre strutture al punto da far perdere loro umanità e flessibilità… Non cresciamo i nostri figli per il mondo di oggi. Questo mondo non esisterà più quando saranno grandi, e nulla ci permette di sapere quale mondo sarà il loro. Insegniamo loro ad adattarsi. È esattamente la nostra missione: adattare lo strumento comunitario senza snaturarne l’anima. La CT non è un modello del passato: è una risposta di una modernità assoluta a una delle più grandi crisi della nostra epoca, la crisi del legame sociale e dell’isolamento. In un momento in cui le nostre società si individualizzano, la CT dimostra ogni giorno che l’umano si cura attraverso l’umano e che il gruppo è una cura. Come giovane direttrice del più antico stabilimento di Francia, ve lo dico con convinzione: non siamo qui per custodire un museo. Siamo qui per far vivere uno strumento vivo, esigente e insostituibile. Continuiamo a lavorare insieme, a livello europeo, per far riconoscere le nostre specificità, difendere la libertà di scelta degli utenti e portare in alto i colori delle nostre comunità”.
di Ugo Ceron
